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Interventi

Orazione alla Festa della liberazione di Alessandria - Maria Luisa Bianco

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Frenare la disintegrazione dell’Europa, di Giorgio La Malfa.

Di fronte alla crisi evidente de processo di integrazione europea, oggi non servono... [Leggi]

Stefania Ravazzi, Ricercatrice di Scienza della Politica, Università di Torino

La proposta è innovativa, controcorrente e scientificamente fondata, ma sollevo due questioni importanti, che la proposta sottovaluta.[Leggi]
La prima è che non affronta direttamente le argomentazioni avanzate dai critici della pubblica amministrazione, prima fra tutte la convinzione che le istituzioni pubbliche siano popolate da fannulloni e incompetenti. Se si vuole assumere un milione di nuovi dipendenti pubblici, bisogna affiancare alla proposta una credibile riforma che consenta di punire i dipendenti pubblici fannulloni e di garantire che le nuove leve non siano nuovi fannulloni o incompetenti assunti per via clientelare. Non parlo delle discutibili ‘politiche a favore del merito’, che spesso finiscono per incentivare comportamenti puramente strategici e ridurre ulteriormente la qualità del lavoro. Le misure per punire i fannulloni e per reclutare personale altamente qualificato possono essere diverse, dall'anagrafe pubblica dei CV degli assunti a criteri di reclutamento che puntino sulle assunzioni di giovani (per esempio, favorendo i concorrenti sotto i 40 anni e con punteggi di laurea molto elevati).
La seconda è che l'attuazione di una politica pubblica è altrettanto se non più importante del suo avvio e può cambiarne il corso o farla fallire completamente. Qui vedo un nodo problematico nell’attuale proposta: la gestione del fondo e la selezione dei progetti a opera di un ente centrale non partitico si presta alle stesse critiche di cui sopra; e si sa che non esiste un'Authority non politica di fatto, dunque qualche idea andrebbe messa in campo anche su questo fronte.

Maurizio Zenezini, Professore di Economia, Università di Trieste

Caro Guido, mi fa piacere leggerti e mi fa piacere vederti sempre combattivo (di questi tempi...).
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Hai certamente ragione: sul settore pubblico e sull'occupazione pubblica si fa da tempo troppa propaganda odiosa, ma i numeri, persino quelli dell'OCSE, sono disponibili da tempo, i numeri sull'incidenza dell'occupazione pubblica, sulla spesa per personale, sulla riduzione dell'occupazione pubblica negli ultimi anni (anche in settori vitali come l'istruzione etc.). A fronte di questi andamenti, la discussione pubblica deglutisce oggi le fanfaluche del presidente del consiglio ("grasso che cola" nella P.A.), ma ieri aveva deglutito le fanfaluche dei governi di centro sinistra e di centro destra (i "fannulloni" di Padoa Schioppa e Brunetta).
Insomma una storia che viene da lontano, e la vostra proposta di un milione di posti di lavoro nel settore pubblico va un po' controvento.
L'approvo e, se credi che valga la pena, metti la mia adesione alla cosa. Ho solo una perplessità: perché l'assunzione su "progetti" da monitorare/valutare etc.? Non si rischia di mettere in moto il solito andazzo: coinvolgimento di centri di valutazione (statistici/economisti/venditori di chiacchiere), costi/burocrazia, propaganda ("progetti per far ripartire il paese"!). Perché invece non pensare ad assunzioni nei ruoli della P.A.: se l'occupazione pubblica in Italia è sottodimensionata, perché non dire dove lo è (quali figure mancano? quali settori sono deficitari? cosa fanno gli occupati pubblici in quei paesi in cui sono molti di più che in Italia?). Si potrebbe quindi, da un lato, discutere di ipotesi di riordino dell'occupazione pubblica (anche lo spostamento di personale tra uffici/sedi, ma con procedure negoziate etc.) e, dall'altro, insistere comunque sulla necessità di ampliare l'aggregato. In ogni caso, buon lavoro e spero di restare informato sul seguito della vostra iniziativa.
Ciao

Antonio Pedone, Professore di Scienza delle Finanze, Università di Roma La Sapienza

Caro Contini,
condivido largamente le premesse fattuali e le linee generali della vostra proposta.[Leggi]
Sono perciò pronto a sottoscriverla, anche perché spero possa contribuire ad aprire un dibattito su proposte non convenzionali potenzialmente utili e concrete come questa.
Sarei ancor più convinto nella mia adesione se potessero essere chiariti alcuni punti e, ancor più, se per ciascuno di essi potessero essere indicate possibili soluzioni da esplorare. In particolare:
- l'adeguamento degli impiegati amministrativi pubblici al livello degli altri paesi non dovrebbe appesantire gli oneri burocratici, già molto pesanti, ma servire a snellire le procedure e facilitare l'attività delle famiglie e delle imprese (assistendole e non soverchiandole con gli adempimenti loro richiesti) e ad accrescere l'accountability della P.A. nei loro confronti, e non viceversa. Come è possibile ottenerlo?
- per accrescere la tempestività e la qualità delle decisioni e degli interventi delle P.A., oltre alle assunzioni, occorre procedere alla revisione dell'organizzazione, dei poteri e delle responsabilità dei funzionari. La riforma avviata va in questa direzione? Quali aspetti andrebbero modificati?
- al netto, o accanto agli amministrativi, le assunzioni andrebbero fatte, si dice, "dove sono massimamente utili allo sviluppo dell'economia". Si può pensare di estendere questo obiettivo al perseguimento dell'esportazione di servizi (nei settori della sanità, dell'istruzione,...), fino a rendere molte di queste attività auto-sostenibili economicamente? Che modifiche dovremmo introdurre a questo fine?
- come è possibile ridurre i tempi, garantendo la trasparenza e la qualità delle procedure delle nuove assunzioni, evitando i mega-concorsi e i mega-ricorsi che non finiscono mai?
Forse, quando la metterete in rete, si potrebbe allegare alla proposta un elenco aggiornato di problemi, per i quali chiedere a tutti di indicare soluzioni specifiche appropriate.
Buon lavoro e un caro saluto.

Elena Granaglia, Professoressa ordinaria di Scienza delle Finanze, Università di Roma 3

Da un lato, ero propensa ad aderire e dall’altro, tuttavia, v’era qualcosa che[Leggi]
mi tirava indietro (il che non mi ha impedito tuttavia di girare la lettera formale ad alcuni colleghi). Alla fine, ha prevalso l’ultima tendenza. Avete fatto un lavoro egregio e meritorio e sotto diversi aspetti sono d’accordo.
Non mi riesce, tuttavia, pienamente a convincere la richiesta di fondo: l’assunzione di centinaia di migliaia di giovani nella pubblica amministrazione.
A parte alcuni dubbi sulle stime di gettito della patrimoniale (non sono esperta del tema, ma le difficoltà di reperire gettiti elevati spesso svolte al proposito da Paladini mi sembrano pertinenti) e sul fatto che il numero dovrebbe per me essere definito in modo da includere i precari (che altrimenti rischiano di restare così per sempre), il problema per me principale consiste proprio nella richiesta. Lo so che voi dite che occorre intervenire sull’efficienza della P.A. e le assunzioni, oltre a privilegiare i laureati, non dovrebbero essere lineari. Ma la richiesta è focalizzata sull’aumento in sé. Per me, invece, la domanda di primario interesse non è tanto se i dipendenti pubblici debbano essere aumentati (perché ne abbiamo meno), ma se esistano beni fonte di stare bene per gli individui di cui oggi non siamo in grado di godere (appieno) per limiti nell’offerta pubblica. Dunque, partirei da cosa voglio produrre, piuttosto che da limiti nelle dotazioni di personale (ad esempio, dalle carenze nella sanità, facendo vedere come queste possono mettere a repentaglio, in alcuni ambiti, la qualità...) e dedicherei più attenzione a fare vedere come eventuali assunti possano essere messi nelle condizioni di lavorare bene. La riforma Renzi, secondo me, ci dice ben poco di buono su questo fronte, anche perché la prospettiva sembra essere quella di una totale sfiducia/disinteresse al miglioramento, l’interesse essendo piuttosto alla riduzione/delegittimazione del ruolo della P.A. (basti vedere le ultime affermazioni sul fango della P.A.). Il problema del malfunzionamento della P.A. in Italia va invece preso di petto, non limitandosi a dire ci vuole contestuale ricerca di efficienza. Anche per quest’ultima ragione, fra l’altro, non ho firmato il referendum contro l’austerità cui tanto ha lavorato la mia amica Laura Pennacchi, nonostante l’ovvia critica alle politiche di austerità.

Carlo D'Adda, Professore emerito di Economia politica, Università di Bologna

Caro Bruno, pur considerando Keynes uno degli economisti che mi sono più congegnali non credo di[Leggi]
poter condividere il punto di vista della lettera che mi hai spedito. Sono convinto che per fare riprendere l'attività produttiva in Italia e in Europa è assolutamente necessario gettare denaro nel sistema e più precisamente incrementare la spesa pubblica. Ma il problema odierno è a mio avviso soprattutto di breve periodo. Bisogna aumentare la spesa con interventi straordinari, ma non permanenti. La spesa pubblica è poco produttiva e la produttività italiana non cresce da 15 anni almeno. A regime penso che la spesa pubblica in rapporto al PIL non vada ridotta ma che la sua composizione vada fortemente cambiata. Il tipo di spesa che auspico è quello di una spesa che sia in grado di fare aumentare la produttività del sistema e fare aumentare parallelamente anche la competitività verso l'estero. Oggi la bilancia corrente con l'estero è attiva, ma puramente per il basso livello di attività economica. Se guardiamo al lungo periodo è necessario che la nostra competitività aumenti. La spesa a cui penso in particolare è rappresentata da progetti di miglioramento della viabilità nelle aree congestionate, di modernizzazione dei porti in modo da renderli simili a quelli del Nord Europa, di miglioramento della preparazione professionale e scientifica dei nostri studenti, di rifacimento delle reti idriche. Con riferimento al lungo periodo la spesa pubblica dovrebbe crescere a un tasso basso e stabile. Naturalmente in questo periodo di produzione considerevolmente sotto il potenziale si dovrebbe pensare a progetti straordinari. Piuttosto che accrescere in modo generalizzato l'occupazione nel settore pubblico a me pare si dovrebbe mettere in piedi un migliore e più generalizzato meccanismo di tutela (e riqualificazione) della disoccupazione (anche per un problema di civiltà) come avviene in molti paesi dell'Europa più solida. Non dimenticare che in Italia tutti conoscono molto bene la disparità territoriale della qualità dell'occupazione nel settore pubblico e nessuno si lascerebbe convincere della bontà di un incremento generale e non selettivo. Ho cercato di presentare in un modo meno disordinato di quanto ho fatto qui il mio pensiero in uno scritto pubblicato sul Mulino n. 3 del 2014. Se ne hai voglia dagli un'occhiata. Tocco anche aspetti qui non richiamati che riguardano il problema del finanziamento.
Sarò a Torino il 15 per il convegno del cinquantenario della Fondazione Einaudi. Se passi da quelle parti mi piacerebbe riprendere il discorso. Mi piacerebbe che tu comprendessi il mio punto di vista.
Un saluto molto cordiale

Ettore Durbiano, Imprenditore, Torino

Ho letto con grande interesse la vostra “proposta neokeynesiana”, e innanzitutto devo dire che apprezzo moltissimo il[Leggi]
metodo propositivo: nella generale propensione alla critica senza proposte, avere il coraggio di esprimere e sottoporre alla discussione una specifica proposta è il metodo giusto.
Ovviamente una proposta specifica non può essere risolutiva, ma costituisce l’avviamento di un processo ritenuto capace di implementazione con altri provvedimenti da assumere per uscire dall’impasse attuale.
Detto questo, credo di capire le buone ragioni da cui nasce la specifica proposta: dopo un lungo periodo di proposte liberiste, di mitizzazione delle forze del mercato, di svalorizzazione della funzione dello Stato, ci si accorge che è lo Stato (almeno potenzialmente) l’agente del cambiamento, lo “Stato innovatore”.
Perciò l’immissione di figure altamente qualificate nella P.A., e specificamente nei servizi maggiormente necessari allo sviluppo del Paese, può dare una botta all’inefficienza dello Stato, e innescare una spirale virtuosa di crescita dei redditi e dei consumi, della produzione e dell’occupazione.
Tra gli effetti indotti dal provvedimento da voi proposto ci sarebbe anche il riconoscimento allo Stato di quella funzione di ricerca, che le politiche liberiste o pseudo liberiste degli ultimi anni non hanno prodotto.
Ed il costo, parzialmente coperto (nella vostra proposta) da una limitata imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (terrore di ogni governo), dovrebbe essere meglio tollerato se accompagnato da una campagna di sensibilizzazione sull’obiettivo dell’occupazione.
Ho cercato di riassumere le buone ragioni della vostra proposta perché ne riconosco il valore, però ritengo che queste buone ragioni devono fare i conti con le condizioni in cui dovrebbero realizzare gli effetti voluti. Bisogna prendere atto che non ci sono nella realtà i presupposti per credere che sia possibile convertire la quantità con la qualità (senza un complesso processo di formazione di massa, difficilmente immaginabile), né sussistano garanzie che il costo stimato di questo grosso investimento non si trasformi in rendita, in inefficienza, in malversazione, in ampliamento irrefrenabile della spesa, in mille rivoli che allontanerebbero all’infinito i risultati attesi.
Mi rendo conto che qualche rischio bisogna pure correrlo, ma non mi sembra siano maturate condizioni che consentano di impegnare così ingenti risorse su percorsi di estrema difficoltà: come selezionare un milione di persone che abbiano qualificazioni tali da prevalere sulle resistenze sicuramente presenti nel personale della P.A.; come impedire l’ampliamento della spesa, che occorre per la gestione e le prevedibili rivendicazioni del suddetto personale, o dell’assegnazione di strumenti al suddetto personale, e così via.
A me pare che lo stato delle cose suggerirebbe piuttosto di investire sulla creazione di un sistema di convenienze che orientino il sistema produttivo a investire, produrre, occupare.
Credo siano riconoscibili, nelle politiche portate avanti dalla BCE (quantitative easing), nel mercato dei cambi (rivalutazione del dollaro), nel costo dell’energia (calo del prezzo del petrolio), così come in alcuni provvedimenti del nostro Governo (annullamento dell’IRAP sul costo del lavoro, incentivi per le assunzioni a tutele crescenti, ecc.) il tentativo, si vedrà se fruttuoso, di creare condizioni favorevoli alla ripresa dell’economia, meno rischiose di un pesante investimento nella P.A. contenente troppi rischi.
In altre parole ho ben paura che non esistano le condizioni per far sì che la vostra proposta funzioni, mentre credo si debba dare priorità a provvedimenti urgenti di incentivi mirati alle imprese e di investimenti in opere pubbliche che si autofinanzino (project financing) che riescano ad attivare quel sistema di convenienze che può tornare a creare sviluppo e occupazione.
L’emergenza della disoccupazione in Italia richiede, a mio parere, la mobilitazione dei provvedimenti urgenti a cui ho fatto riferimento. Provvedimenti che fanno leva sull’attrattività del profitto, e perciò rivolti alle risorse presenti nel mercato.
Nel contempo occorre preparare il terreno per costruire, attraverso il rinnovamento della P.A. (magari anche con norme che mettano in discussione i diritti acquisiti dai responsabili della P.A.). È lì che bisogna arrivare, ma con strategie accorte, senza illusioni di saltare le tappe.
Cordialmente.

Ricerca "Crisi economica, disoccupazione giovanile: proposte di esperimenti sociali" di M.L. Bianco e G. Ortona, nell'ambito del Dipartimento DIGSPES dell'Università del Piemonte Orientale, finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria

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